Almeno 55 morti e un centinaio di feriti. Questo il bilancio dell”attentato suicida avvenuto ieri a Kirkuk, nell”ultimo giorno delle celebrazioni dell”Eid al-Adha, la festa del Sacrificio. L”esplosione all”ora di pranzo, nell”affollato ristorante Abdullah, a meno di dieci chilometri a nord della città irachena, sulla strada per Erbil, la capitale del Kurdistan che dista circa 120 chilometri. Si tratta di un”enorme sala dalle grandi vetrate, dove in tanti si fermano prima d”entrare nella città del petrolio contesa tra arabi, kurdi e turcomanni, e dove spesso si danno appuntamento notabili delle diverse etnie. Proprio ieri era in corso un pranzo che doveva precedere una discussione tra kurdi dell”Unione patriottica del Kurdistan ed esponenti di tribù arabe, al quale avrebbe dovuto partecipare, pare, anche il presidente Jalal Talabani. Il luogo era ritenuto sicuro e così era parso anche a noi, meno di tre settimane fa, quando prima di entrare a Kirkuk ci eravamo fermati proprio da Abdullah per prendere tutte le precauzioni necessarie prima di entrare in città. L”esplosione di ieri è avvenuta dopo un periodo di relativa calma, tanto che anche a Baghdad tutti si erano meravigliati di aver potuto celebrare senza problemi la festività islamica. Ma nel luogo dove forse meno era atteso è avvenuto uno degli attentati più gravi, il più sanguinoso dopo quello del 17 giugno che, nella capitale, aveva provocato 51 morti e 75 feriti. Kirkuk non è nuova a violenze, anche se recentemente la città più pericolosa è diventata Mosul, l”altro centro del nord in parte kurdo e in parte arabo. Kirkuk tuttavia è più importante per i kurdi che la considerano la loro capitale: i suoi giacimenti di petrolio che forniscono circa il 40% della produzione irachena di oro nero. Proprio per questo la città era stata «arabizzata» da Saddam negli anni ”70 e poi, dopo la caduta del raìs, «kurdizzata» dall”Alleanza kurda con la cacciata degli arabi. Ora la città è divisa, verso nord si estendono i quartieri kurdi, con molti nuovi edifici in costruzione, mentre a sud le case degli arabi, che si erano trasferiti a Kirkuk da altre zone del paese in cambio di lavoro e incentivi, sono state vendute di fronte ai timori provocati dalla caccia all”arabo degli anni scorsi. A Kirkuk non si terranno le elezioni amministrative del 31 gennaio come nel resto del paese, perché il suo status è ancora da definire. La costituzione prevede che prima si svolga un censimento che stabilisca qual è la popolazione attuale, poi si vada a un referendum in cui la popolazione potrà scegliere se unirsi al Kurdistan o restarne fuori. I kurdi naturalmente premono per l”annessione, ma con gli arabi, contrari, si schierano anche i turcomanni che denunciano discriminazioni da parte dei kurdi. La partita resta aperta ed evidentemente c”è chi è interessato a boicottare ogni tentativo di dialogo anche a costo di provocare decine di vittime civili. Kirkuk, ci diceva il vescovo Louis Sako durante la nostra recente visita alla città, è un mosaico e l”unica soluzione passa attraverso il dialogo. Ma è proprio quello che non vogliono i fautori della destabilizzazione e del terrorismo.’
Kirkuk, massacro nel caffé del dialogo
55 morti, 100 feriti durante un incontro kurdi-arabi
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12 Dicembre 2008 - 11.52
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